Temple Grandin: The world needs all kinds of minds (Il mondo ha bisogno di tutti i tipi di menti)


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Parlare da soli

(contributo sull’argomento da una lettera ad una mailing list)

Salve. Mi permetto di dire qualcosa anche sul “parlare da soli in pubblico”. È qualcosa un po’ contro-corrente rispetto a quello che è stato detto fin qui. Io credo che i bambini e i ragazzi vadano aiutati a non farlo. Questo perché è un comportamento fortemente stigmatizzante, e quando viene fatto da un adulto, intorno a lui si fa letteralmente il vuoto (pensate sinceramente se tendete ad avvicinarvi, sull’autobus, a qualcuno che parla da solo, oppure ad allontanarvi…). La gente si aspetta che gli altri non parlino da soli ad alta voce. Io, personalmente, non giudico questo comportamento della “gente” come buono o cattivo: è possibile che abbia un senso, è “ragionevole”, e comunque è così. I comportamenti sociali condivisi non sono né buoni né cattivi in sé: esistono, e non possono essere ignorati se si vive in società (forse si può fare qualcosa per cercare di cambiare la percezione sociale di chi parla da solo, ma questo necessita di un grande impegno personale…). Aiutare il bambino a cambiare questo comportamento, come molti altri, significa garantirgli migliori ritorni sociali per il suo futuro. Aiutarlo a cambiare non significa né giudicarlo male, né adottare una modalità “violenta” e aprioristica del tipo: “non si fa e basta” (negargli di parlare in pubblico ad alta voce, semplicemente non servirebbe a niente, anzi: continuerebbe a farlo, ma stando anche in ansia!).

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Estratto dal discorso tenuto da Flavia Caretto per la cena di beneficenza del 6 dicembre 2011

Comincerò con una storia.

Credo che fosse il ’92 e io lavoravo in un ente che si occupava di persone con autismo. Un giorno risposi al telefono ad una donna. Lei mi disse di avere due figli e di sospettare che il più piccolo avesse l’autismo. Due cugini dei suoi bambini avevano ricevuto la diagnosi di autismo. Forse anche uno zio dei bambini aveva le caratteristiche dell’autismo. La signora mi disse che anche sua suocera aveva le caratteristiche dell’autismo. A quel punto le risposi che questa ultima evenienza era davvero improbabile, perché a quanto sapevo io, le persone con l’autismo non si sposavano.

Mi sbagliavo.

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Il saluto

Ho capito che non c'è un solo modo corretto per salutare ma molto dipende dalla persona.
Poi, non dipende solo dalle persone ma anche dalla cultura e dal paese: in America Latina nel mio viaggio ho sperimentato che si saluta appoggiando solo la guancia destra e non la sinistra (così è molto facile e rapido, beati gli aspie latinoamericani), mentre penso saprete che in Francia si danno dai 3 ai 4 baci dalle due parti (non invidio gli aspie francesi: per loro sarà complicatissimo), poi a ottobre ho scoperto che il modo tradizionale di salutarsi in Nuova Zelanda è poggiare la propria fronte sulla fronte dell'altro, inclinando la testa in avanti per evitare di prendersi a nasate :-D
Che cosa bizzarra è il saluto negli esseri umani.

Pietro