Parlare da soli
(contributo sull’argomento da una lettera ad una mailing list)
Salve. Mi permetto di dire qualcosa anche sul “parlare da soli in pubblico”. È qualcosa un po’ contro-corrente rispetto a quello che è stato detto fin qui. Io credo che i bambini e i ragazzi vadano aiutati a non farlo. Questo perché è un comportamento fortemente stigmatizzante, e quando viene fatto da un adulto, intorno a lui si fa letteralmente il vuoto (pensate sinceramente se tendete ad avvicinarvi, sull’autobus, a qualcuno che parla da solo, oppure ad allontanarvi…). La gente si aspetta che gli altri non parlino da soli ad alta voce. Io, personalmente, non giudico questo comportamento della “gente” come buono o cattivo: è possibile che abbia un senso, è “ragionevole”, e comunque è così. I comportamenti sociali condivisi non sono né buoni né cattivi in sé: esistono, e non possono essere ignorati se si vive in società (forse si può fare qualcosa per cercare di cambiare la percezione sociale di chi parla da solo, ma questo necessita di un grande impegno personale…). Aiutare il bambino a cambiare questo comportamento, come molti altri, significa garantirgli migliori ritorni sociali per il suo futuro. Aiutarlo a cambiare non significa né giudicarlo male, né adottare una modalità “violenta” e aprioristica del tipo: “non si fa e basta” (negargli di parlare in pubblico ad alta voce, semplicemente non servirebbe a niente, anzi: continuerebbe a farlo, ma stando anche in ansia!).
Non credo che chiedere al bambino ripetutamente “perché lo fai?” (e tanto meno coglierlo sul fatto dicendogli “cosa stai facendo?”) sia una buona cosa, e credo che sia diverso dal cercare di capire come mai lo fa, cosa che invece è ovviamente molto importante. Cosa può rispondere il bambino, se non che lo fa perché gli piace? Il bambino però non può dire che: NON può farne a meno, e che NON coglie il senso sociale di quello che fa (ovvero: non coglie che gli altri ci rimangono male). È possibile fra l’altro che il bambino lo faccia anche per “estraniarsi”, cioè per “lasciare fuori” altri suoni e rumori… condizioni da lui vissute come sgradevoli e invasive (quindi: “parlare da solo mi piace”).
Fra l’altro, come è stato detto, “parlare a se stessi” è un buon modo per regolare il comportamento. Ai nostri ragazzi viene insegnato (con successo) ad “esplicitare il dialogo interno” quando sono in situazioni di potenziale difficoltà, ad esempio, se devono fare una scelta oppure accettare di aver perso una partita, ricordare di seguire determinati passaggi per certe attività complesse, ecc… Parlare da soli, per alcuni bambini e ragazzi, può essere un tentativo spontaneo di adottare una strategia di autoregolazione, anche se nel momento e nel contesto sbagliati.
In sintesi: il bambino parla da solo perché non può farne a meno, e se lo interrompete mentre lo fa o interferite, lo “scocciate” e basta, se va bene, oppure lo mettete in ansia… È possibile che questo comportamento migliori con la crescita, ma nel frattempo causa imbarazzo, e non solo. Mi scuso se sto dicendo qualcosa di triste: arriva il momento in cui il bambino si rende conto che gli altri lo guardano male (in pre - adolescenza, in genere), e, a quel punto, non capisce perché, ma ci sta male.
Suggerisco di intervenire sul parlare da soli in pubblico appena è possibile. Non direi però di intervenire inizialmente mentre il bambino lo sta facendo (anzi: limitate all’inizio per quanto possibile queste occasioni!) ma di lavorare in situazioni “a parte”, con una “storia sociale” o una piccola spiegazione. Ecco di seguito un esempio di spiegazione “a priori” da dare al bambino. È piuttosto lunga e non adattata, ovvero: si tratta solo di un esempio. La storia va “spezzata” in diversi passaggi ed adattata al bambino-ragazzo con cui la si vuole usare. “Quando le persone parlano con la voce, vuol dire che si stanno rivolgendo a qualcuno. Se non c’è nessuno a cui rivolgersi, e la persona sta parlando con se stessa, questo si chiama pensare.” (mostrare i fumetti-rappresentazioni di “parlare” e di “pensare”). “Quando si pensa, in genere non si usa la voce. La voce va bene quando si sta scambiando una comunicazione con qualcuno. Se qualcuno usa la voce in un luogo pubblico (dove ci sono altre persone) gli altri pensano che abbia qualcosa da dire a loro, e possono rimanere male se si accorgono che non è così. A volte le persone parlano da sole usando la voce quando sono davvero sole, perché vogliono rimanere concentrate oppure perché gli fa piacere parlare fra sé. A volte parlare da soli fra sé e sé aiuta a pensare meglio (es: quando fai i compiti di matematica, quando metti in moto la lavatrice, quando scegli un vestito…). Se devi parlare con qualcuno, farai bene ad usare la voce. Se devi parlare con te stesso in luogo pubblico (dove ci sono altre persone) farai bene a NON usare la voce, e a limitarti a pensare. Se ti piace parlare ad alta voce fra te e te, farai bene ad assicurarti di essere da solo.”
Una nota: alcuni bambini – ragazzi possono avere bisogno che gli si spieghi che “parlare con la voce” a volte viene definito come “parlare ad alta voce” anche se la voce non è affatto alta! Se dite ad un ragazzo: “non parlare ad alta voce!” può rispondervi “ma io sto parlando a bassa voce!”… (e non avrebbe torto!).
Aggiungo due cose: la prima è che ogni lavoro che tende a “togliere” un comportamento indesiderabile ha senso solo se la persona conosce il “buon” comportamento: va insegnato prima COME si parla agli altri (sguardo, postura, volume, gesti ecc…).
Seconda cosa: una volta che il bambino-ragazzo ha compreso la storia sociale, non smette automaticamente di parlare da solo in contesti inappropriati, come il supermercato. Ma quando al supermercato gli direte, in maniera confidenziale “Amore, stai parlando fra te ad alta voce, e siamo al supermercato!...” si ricorderà che è meglio non farlo… e io credo e spero (e ho esperienza del fatto) che proverà a gestire il suo comportamento.
E spero anche che noi riconosceremo il suo sforzo per essersi, ancora una volta, adattato a questo nostro strano mondo.
Flavia Caretto



